La politica riscritta dai fisici e dagli estremisti

All’indomani del referendum inglese, il direttore della campagna in favore della Brexit, Dominic Cummings, ha fatto un’affermazione un po’ sorprendente. “Se volete fare progressi nella comunicazione – ha scritto sul suo blog – il mio consiglio è assumete fisici, non esperti di comunicazione”. Anziché rivolgersi ai soliti consulenti politici, in effetti, Cummings ha impostato la sua campagna con l’aiuto di una squadra di scienziati provenienti dalle migliori università della California e di una società canadese di Big Data legata a Cambridge Analytica, AggregateIQ. A questi due gruppi, Cummings ha fatto una richiesta molto semplice: aiutatemi a prendere la mira. Ditemi voi dove devo mandare i miei volontari, a quali porte bussare, a chi spedire mail e messaggi sui social e con quali contenuti. I risultati, a detta dello stratega della Brexit, hanno superato ogni aspettativa. Al punto che lo stesso Cummings conclude: “Se sei giovane, in gamba e interessato alla politica, pensaci bene prima di studiare scienze politiche all’università. Ti andrà molto meglio se studi matematica o fisica. In un secondo tempo potrai entrare in politica e avrai delle conoscenze molto più utili, suscettibili di infinite applicazioni (…). Si possono sempre leggere i libri di storia più tardi, ma non è sempre possibile imparare la matematica”.
Di fronte a questo ragionamento, è legittimo essere scettici. In fondo, la tecnologia in politica tende spesso ad essere una bolla. Dopo ogni elezione c’è qualcuno che salta fuori a dire che chi ha vinto non lo ha fatto per ragioni politiche, perché aveva le idee migliori o la personalità più accattivante, ma in virtù di una qualche nuova scienza nota a lui solo, dispiegata in segreto da un sottoscala di Wichita o di Skopje. Dopo Brexit e l’elezione di Trump, questa tendenza ha toccato livelli parossistici, con i media del mondo intero impegnati in una caccia forsennata ai manipolatori occulti, da Facebook a Cambridge Analytica, fino ad arrivare ai blogger macedoni e alle troll factory russe, accusati tutti insieme e uno per uno di aver reso possibile il verificarsi di fatti così inauditi.
Al di là dei singoli casi, che sono stati oggetto di infinite inchieste giornalistiche e anche di diverse indagini giudiziarie, ci sono almeno due considerazioni di carattere più generale sulle quali vale la pena di soffermarsi. Primo: in politica ha fatto la sua irruzione una macchina sofisticatissima, per costruire la quale sono stati necessari investimenti di miliardi di dollari, che ha per unico scopo quello di prendere di mira con precisione crescente il singolo consumatore, i suoi gusti e le sue aspirazioni. Come si è detto, questa macchina non è stata costruita per scopi politici, bensì commerciali. Facebook e gli altri social network sono piattaforme pubblicitarie che mettono a disposizione delle aziende strumenti straordinariamente avanzati per raggiungere i loro clienti. Una volta esistente, però, è chiaro che questa macchina può essere impiegata anche per scopi politici, com’è accaduto in misura crescente nel corso degli ultimi anni. E dato che i social network sono, per l’appunto, puri veicoli commerciali, non sono minimamente attrezzati, né hanno il minimo interesse ad impedire le derive e gli abusi in questo campo.
L’unica cosa che interessa loro è l’engagement, il tempo che ciascun utente trascorre sulla piattaforma. Che questo valore cresca bombardandolo di poesie di Rainer Maria Rilke o di fake news antisemite, a Facebook è del tutto indifferente. Anzi, dato che il suo business model si basa sul non essere un organo di informazione, altrimenti dovrebbe rispondere in sede giudiziaria dei contenuti che pubblica, Facebook deve ad ogni costo mantenersi neutra in materia di contenuti. Per lei Rilke e i negazionisti pari sono e pari devono rimanere, altrimenti crollerebbe l’intero edificio sul quale si fonda l’impero di Zuckerberg.
Secondo: in presenza di questa macchina, le campagne elettorali diventano sempre più guerre tra software, nell’ambito delle quali schieramenti opposti si combattono, con armi convenzionali (messaggi in chiaro e informazioni veritiere) e non convenzionali (manipolazioni e fake news), allo scopo di ottenere due risultati: moltiplicare e mobilitare i propri sostenitori; smobilitare quelli degli altri.
Questa partita non ha ancora preso il posto del gioco politico tradizionale, ma sta assumendo un’importanza crescente ed ha già iniziato a produrre un impatto visibile sulla nostra società.
Nel vecchio sistema, il politico disponeva di strumenti limitati per segmentare i propri elettori. Poteva sì, indirizzare messaggi specifici alle proprie categorie di riferimento, i sindacati, i piccoli imprenditori o le casalinghe di Voghera, ma per farlo doveva impiegare canali tendenzialmente pubblici. Chiunque volesse aggregare un consenso maggioritario – e non solo di nicchia – era costretto a rivolgersi all’elettore medio con messaggi moderati, sui quali potesse convergere il maggior numero possibile di persone. Il gioco democratico tradizionale aveva dunque una tendenza centripeta: vinceva chi riusciva ad occupare il centro dello scacchiere politico.
La politica dei fisici funziona in modo diverso. Per aggregare il consenso qui conta molto meno mettere a punto un progetto politico che convinca tutti. Come profetizzava Michel Foucault quattro decenni fa, la folla, massa compatta è ormai stata abolita al profitto di una collezione di individui separati, ognuno dei quali può essere monitorato nel minimo dettaglio.
In una situazione del genere, l’obiettivo diventa quello di individuare i temi che stanno a cuore a ciascuno, per poi battere e ribattere su quelli. Il micro-targeting della campagna pro-Brexit ha seguito in fondo una strategia molto semplice. “Scopri di cosa è scontenta la gente. Dille che è colpa dell’Europa. Vota e fai votare Brexit”. Così, come si è detto, gli amanti degli animali sono stati bombardati di messaggi che spiegavano fino a che punto le regole europee a protezione degli animali fossero più lasche, e meno efficaci di quelle inglesi, mentre ai cacciatori è stato detto che solo l’uscita dall’Europa avrebbe messo al riparo il loro hobby prediletto dalle interferenze degli animalisti del continente. I laburisti hanno votato Brexit per salvare il welfare state e rendere di nuovo pubbliche le ferrovie, mentre i liberisti hanno fatto la stessa cosa per liberare il mercato dalle catene imposte dai burocrati di Bruxelles. La sapienza dei fisici ha reso possibile che tutte queste campagne contraddittorie coesistessero in pace, senza mai incontrarsi, per poi addizionarsi determinando l’inattesa vittoria del Leave.
Nel nuovo mondo la politica è centrifuga. Non si tratta più di unire le persone intorno ad un minimo comun denominatore, bensì al contrario di infiammare le passioni del maggior numero possibile di gruppuscoli per poi sommarli, anche a loro insaputa. Le inevitabili contraddizioni contenute nei messaggi che vengono indirizzati agli uni e agli altri restano in ogni caso invisibili ai media e al pubblico nel suo complesso.
Il ragionamento vale sia per le comunità più inoffensive, i collezionisti di francobolli e gli appassionati di kite-surf, che per quelle più pericolose, i fanatici religiosi e i membri del Ku-Klux-Klan. Se il movimento centripeto della vecchia politica emarginava gli estremisti, la logica centrifuga della politica dei fisici li valorizza. Non li mette al centro, perché il centro non esiste più, ma offre anche a loro uno spazio e delle risposte.
A rafforzare questa tendenza c’è una dinamica economica che segue la stessa logica. Fino a qualche anno fa, ha notato Nick Cohen sullo Spectator, essere un estremista in politica non conveniva. Per essere un maoista, o un nazista, bisognava essere ricchi di famiglia come Oswald Mosley, o rassegnarsi a vivere di stenti. Oggi, al contrario, la Rete ha spalancato un mondo di opportunità economiche per i propagatori di odio. Il propagandista anti-musulmano Tommy Robinson guadagna 4mila sterline al mese grazie al traffico generato dalle sue prediche incendiarie e ne ha raccolte 100mila su un sito di crowdfunding per attrezzare uno studio radiofonico. Al contrario, il funzionamento stesso dei new media, che mette l’accento sui contenuti in grado di suscitare le emozioni più forti, fa sì che siano i pensatori moderati a fare più fatica a generare traffico in rete e, di conseguenza, redditi soddisfacenti per se stessi e per i media che li ospitano.
In un ambiente di questo genere, il comportamento di leader e partiti tende a modificarsi. Anche per i più governativi cala l’incentivo a elaborare una piattaforma coerente, un unico messaggio capace di intercettare l’elettore medio, e aumenta la tentazione di moltiplicare i segnali, anche contraddittori, per catturare i gruppi più disparati. Come è chiarissimo nel caso del Movimento 5 Stelle, il leader e il partito si trasformano in un algoritmo, privo di una propria linea definita, ma capace di interpretare le istanze più disparate grazie alla bussola dei dati. Durante la campagna del 2016, la matematica Cathy O’Neil ha osservato che, al di là dell’uso dei dati, Trump stesso si comportava in fondo come una specie di algoritmo in carne ed ossa, twittando e bombardando il pubblico di argomenti di tutti i generi, per poi modificarli a seconda del feedback.
Come il Revizor di Gogol, il leader politico diventa “un uomo concavo”: “I temi della sua conversazione sono dati da quelli che l’interrogano: sono loro stessi a mettergli le parole in bocca e a creare la conversazione”. L’unico valore aggiunto che gli si chiede è quello della spettacolarità. “Never be boring” è l’unica regola alla quale Trump si attiene rigorosamente, producendo ogni giorno un colpo di scena, il cliffhanger delle serie tv che ti costringe a rimanere incollato allo schermo per la puntata successiva. Il merito storico di Trump è stato, in fondo, soprattutto quello di capire che la campagna presidenziale era uno show televisivo molto mediocre e lo stesso vale, oggi, per il Donald in versione Commander in Chief. Per parte sua, Grillo ha applicato per anni lo stesso metodo. I suoi comizi erano one-man show ai quali il pubblico partecipava come fosse stato a teatro: ci si indignava, qualche volta ci si emozionava, ma soprattutto si rideva tanto. E per di più gratis…
Oggi, i protagonisti della nuova stagione politica italiana seguono il medesimo principio. Ogni giorno porta il suo coup d’éclat, la sua novità, la sua controversia. I tweet-shock di Salvini, le messinscene teatrali di Di Maio, gli audiomessaggi di Rocco Casalino. Non si fa in tempo a commentarne uno che già il prossimo ha preso il suo posto, in una spirale infinita che catalizza l’attenzione e satura la scena mediatica. In questo processo, coerenza e veridicità contano assai meno dell’ampiezza della fascia di oscillazione, che copre l’intero spettro delle opinioni, da quella che un tempo si sarebbe chiamata la sinistra radicale a quella che un tempo si sarebbe chiamata l’estrema destra. Senza alcuna pretesa di moderarli, né di trovare una sintesi, ma anzi radicalizzandoli per poi limitarsi a sommarli con la logica dello statistico che per raggiungere la temperatura media ottimale infila la testa nel forno e i piedi nel congelatore.
Ben prima di internet e dei social network, Peter Gay ha raccontato magistralmente la crisi della Repubblica di Weimar come un collasso del centro politico che mette improvvisamente al centro le estreme. Oggi i nuovi strumenti digitali si limitano ad accelerare e potenziare la stessa tendenza, che si manifesta in tutti i periodi di crisi e di delegittimazione delle classi dirigenti.
Stiamo così riscoprendo il modo in cui le minoranze intolleranti possono determinare il corso della storia. “Come accade che certi libri siano banditi (o bruciati…)? si chiede Nassim Nicholas Taleb. Non certo perché offendono la persona media – la maggior parte della gente è passiva e non le importa un granché, o non abbastanza da richiedere la messa al bando. Sulla base dell’esperienza, bastano pochi attivisti motivati per bandire alcuni libri, o mettere su una lista nera alcune persone”. Questo accade perché, per quanto ristretta, una minoranza intollerante è completamente inflessibile, non può cambiare idea. Mentre una quota significativa del resto dell’opinione pubblica è flessibile. Date le giuste condizioni, e se il prezzo non è troppo elevato, può decidere di accodarsi alla minoranza intollerante (dando ragione, en passant, a John Stuart Mill secondo il quale “Per trionfare il male non ha bisogno che dell’inazione degli uomini per bene”).
Basandosi su questo principio, il fisico francese Serge Galam è stato uno dei pochissimi a prevedere l’elezione di Donald Trump. Quando tutti i commentatori ripetevano che un candidato così estremo non poteva farcela e che, per lo meno, una volta vinte le primarie repubblicane, sarebbe stato costretto a moderarsi per riavvicinarsi al centro, Galam ha teorizzato il contrario: “La vittoria di Trump dipende al tempo stesso dall’esistenza di una piccola minoranza di intolleranti e da una larga maggioranza di persone tolleranti che hanno nascosto, ma conservato, i pregiudizi che Trump, con le sue dichiarazioni provocatorie, punta ad attivare”. Secondo Galam, in pratica, ogni volta che Trump provoca uno scandalo con qualche affermazione controversa, galvanizza il nocciolo duro degli inflessibili e manda un messaggio a tutti gli altri, producendo l’effetto di abbassare il costo di un’adesione ai principi degli intolleranti. “Un dubbio nasce dal confronto di argomenti opposti. A questo punto un gruppo può scegliere di seguire Trump guidato dal pregiudizio inconscio riattivato, senza il bisogno di identificarsi formalmente con il pregiudizio”.
In questo schema, l’importanza della minoranza intollerante è fondamentale. Perché un dubbio possa svilupparsi nella maggioranza flessibile, è necessario che l’argomento radicale raggiunga una certa massa critica di sostenitori. Ecco perché Trump e gli altri populisti non possono permettersi di rinunciare ai loro sostenitori più estremisti. Sono loro che costituiscono il cristallo iniziale della mobilitazione in loro favore.
La logica è quella, ben nota agli scienziati sociali, dell’effetto a cascata. Confrontato con una nuova opinione, ognuno di noi si gira verso le fonti e le persone che costituiscono la propria cerchia di riferimento: E’ un’opinione accettabile? La si può condividere? O va rigettata come sbagliata o fuorviante? Per dare una risposta ci rivolgiamo agli altri perché fa parte della nostra natura di animali sociali. E perché in fondo è la cosa più razionale da fare. Sulla maggior parte delle questioni non possediamo informazioni di prima mano, dobbiamo affidarci a quella che ci sembra essere l’opinione prevalente. Non abbiamo verificato personalmente che la terra gira intorno al sole, che i nazisti hanno sterminato sei milioni di ebrei durante la Seconda Guerra mondiale, o che i vaccini hanno debellato le peggiori malattie della storia dell’umanità, ma viviamo nell’ambito di società nelle quali, almeno fino a tempi molto recenti, questi dati erano largamente condivisi.
La soglia di resistenza di fronte ad una nuova informazione o ad una nuova opinione varia da persona a persona. C’è chi l’accetta più facilmente, perché magari coincide con le convinzioni che già nutriva in precedenza, e chi ha una soglia di resistenza più elevata. Quel che è certo, però, è che più si accresce il numero delle persone che adottano una nuova idea (che i vaccini provochino l’autismo o che i rifugiati siano terroristi, ad esempio) e più si abbassa la soglia di resistenza di chi è più difficile da convincere. Raggiunta una data massa critica, può accadere in modo relativamente indolore che un’intera comunità adotti un’opinione, o un comportamento, che inizialmente erano propri solo di una ristrettissima minoranza. Lo si è visto, a più riprese, nella storia del ventesimo secolo. E lo si vede a maggior ragione adesso, quando internet e i social network sembrano fatti apposta per accelerare e moltiplicare le cascate cognitive.
In Rete, il nocciolo dei duri e puri, siti, blog e pagine Facebook degli estremisti, costituisce l’origine prima delle cascate che portano acqua a Trump, a Orban, a Salvini, ai 5 Stelle. Certo, può capitare che di tanto in tanto ci sia una manina che confeziona una fake news di sana pianta, così come può capitare che al flusso della cascata contribuiscano falsi profili e bot automatizzati. Anzi, capita molto spesso. Ma il punto essenziale resta che gli estremisti sono diventati a tutti gli effetti il centro del sistema. Sono loro a dare il tono alla discussione.
Se in passato il gioco politico consisteva nel mettere a punto un messaggio che unisse, oggi si tratta di disunire nel modo più eclatante possibile. Il modo per conquistare una maggioranza non è più di convergere verso il centro, ma di sommare gli estremisti.